Maledetto… Il braccio non aveva smesso un solo secondo di fargli male. E pensare che Nick non l’aveva preso in pieno. Justin si era spostato giusto in tempo, fortunatamente. Nonostante questo però, l’incantesimo che Nick gli aveva inviato gli aveva aperto sul braccio una grossa ferita che adesso non smetteva di sanguinare copiosamente. Si era smaterializzato nel minor tempo possibile. Era vicino tanto così da fare una sciocchezza. In fondo doveva ringraziare il suo amico. Non sapeva come sarebbe andata a finire se il grande salvatore, non si fosse precipitato lì per puro caso. Ma probabilmente Justin avrebbe completato la sua opera… Solo qualche altro minuto e la psico avrebbe pianto per sempre. Comunque era stato un buon punteggio. Oramai sia la ragazza che Nick avevano timore di lui. Sapevano che il suo non era uno scherzo. Non stava giocando. E se anche il metodo poteva sembrare uguale a quello che Justin usava durante gli anni ad Hogwarts... Lo scopo era diverso, e lo sarebbe stato anche il risultato. Appoggiò la testa al muro mentre si stringeva il braccio con la mano libera. Cazzo… chiuse gli occhi, mentre premeva sempre più la testa alla parete, così forte tanto da farsi male. Il dolore era insopportabile, eppure non era per quello che si malediceva… No. Era stato uno stupido. Davvero uno stupido. Non doveva uccidere quei due babbani. Non doveva lasciare la sua firma su quei corpi. Ma il suo non era un pentimento. Non si pentiva di averli fatti soffrire… Ma se i mangiamorte fossero venuti a conoscenza di quell’avvenimento… Beh, si sarebbe trovato nei guai. Già immaginava sua sorella. In quell’ultimo periodo era diventata stressante. Era sempre a girargli intorno, pronta a fargli una ramanzina. Fece qualche passo, fino a giungere al bancone del suo locale. Doveva rimarginare la ferita. Si sedette su uno sgabello, e tolse via sia il mantello, sia la maglia che indossava. Afferrò poi una bottiglia di wodka, e ne butto giù un lungo sorso. Chiuse gli occhi, mentre il liquido gli bruciava la gola. Versò poi il liquido sulla ferita, urlando per il dolore. In questo non era cambiato. Soffrire non era per lui, affatto. Si voltò di scatto quando sentì un fragore e vide sua sorella. Aveva appena fatto volare una sedia. L’aveva scaraventata via. Eccola. Poteva scommetterci che adesso avrebbe cominciato con una delle sue ramanzine.
Giselle correva ansante e orami zuppa tra le stradine di Diagon Alley per via della pioggia che scendeva a fiotti dal cielo. Era nervosa e aveva una strana sensazione: due Babbani erano stati trucidati, una donna e una bambina per la precisione, ma non era questo che procurava ansia alla nostra biondina ma bensì il fatto di sapere che l’artefice di tutto era Justin Draven, e cosa più spaventosa al momento era totalmente disperso Era stato facile comprenderlo, l’omicidio dei babbani era avvenuto più di tre ore fa e da allora, il biondino non si era fatto vedere. Che lo stesse facendo di proposito? No. La ragazza aveva un brutto presentimento, ma a differenza delle altre volte questo era maggiore e le incuteva parecchia paura: qualcosa o meglio qualcuno aveva bloccato il suo ritorno. Ecco finalmente all’orizzonte spuntò quel maledetto locale dove suo fratello amava tanto ubriacarsi fino a perdere i sensi, e a dare sfogo alle sue intime esigenze. Merlino, come si era ridotto! Faceva male agli occhi guardalo in quello stato pietoso. Ebbe un tuffo non appena vide che la luce del locale era accesa, e senza perdere altro tempo si catapultò praticamente dentro, come una furia ormai impossibile da fermare. La visione che le si presentò dinanzi non le piacque per niente, Justin aveva un braccio ferito e non sembrava una lesione da poco, ma bensì il contrario. Nonostante ciò comunque, per Giselle fu impossibile non farsi travolgere per l’ennesima volta dalla furia accecante e scatenarsi con tutta la potenza che aveva. Come una matta da manicomio, prese tutto ciò che le capitava sotto tiro con una forza inaudita scaraventando ogni cosa per aria, e gridando più forte che mai frasi incomprensibili. Poi senza attendere altro si avvicinò al fratello maledicendolo almeno un altro migliaio di volte, per poi trasfigurare con un colpo di bacchetta un bicchiere in uno strofinaccio pulito e versandoci su un bel po’ di Winsky incendiario. “Almeno questa robaccia serve a qualcosa” Sbottò imbizzarrita . E con ciò prese a pulirgli la ferita con gesti lenti e cercando di non fargli male, anche se era difficile considerando il tremore alle mani per l’ira. Okay, avrebbe aspettato un po’ prima di scoppiare nuovamente, il tempo di medicarlo e fasciargli il braccio. Ma comunque non riuscì a non dirgli quando sentì un gemito di dolore uscire dalla su boccaccia: “Ben ti sta!”
E se fosse per nostalgia tutta questa malinconia che mi prende tutte le sere.. E se fosse la gelosia che mi fa vedere cose che esistono soltanto nella mia mente.. E se fossero emozioni tutte quelle sensazioni di fastidio e di paura che ho.. Quando vedo i tuoi pensieri e capisco che da ieri Tu te ne eri già andato via.. E se fosse una canzone fatta solo per ricordare quei momenti in cui sei stato mio eh.. E se fosse un´illusione tutta questa Benedetta Passione che per un istante mi ha portato via.. Che mi ha portato via..
Se quella che aveva appena scaraventato per aria una sedia o qualunque cosa fosse stata, era Giselle (e lo era sicuramente), la ramanzina sarebbe arrivata a momenti. Non c’erano dubbi. Ne era sicuro al cento per cento. Chiuse gli occhi, portandosi una mano alla fronte. Adesso Giselle non era importante. In fondo Justin sapeva cosa avrebbe detto. Che era uno stupido, che faceva sempre tutto di testa sua senza prima parlarne con qualcuno, rischiando così di far saltare i piani dei mangiamorte, che era orrendo, e blablabla e chissà che altro che non riusciva mai del tutto a comprendere. Quello che contava è che lo aveva rivisto. Lo aveva rivisto e lo aveva fatto soffrire. Ancora. Ci era riuscito. Di nuovo. E non c’era cosa più soddisfacente. Questo non faceva altro che alimentare la sua voglia di proseguire col suo piano. Si sarebbe messo di impegno per uccidere MacDuff dal dolore. Ora ne era totalmente sicuro. Li avrebbe uccisi, uno ad uno. Prima la psico, dopo averla fatta soffrire a dovere, e subito dopo Nick. Gli piaceva. Quell’idea lo faceva impazzire. Doveva ricordarsi di ringraziare il suo amico. Se non fosse arrivato, probabilmente la psico sarebbe già morta tra atroci e crudeli sofferenze. Non ci aveva pensato fino a quel momento, ma adesso aveva una motivazione in più per rivedere la ragazza…ovvero quella di completare la sua opera. Già… La psico sarebbe diventata sua, e non per amore. Non per ossessione o altro…Semplicemente per farla soffrire. Sarebbe diventata sua con la violenza, e lei ne avrebbe sofferto, facendo soffrire così a sua volta anche il finto serpeverde. Giselle si avvicinò a lui, battendo forte la mano sul bancone e dicendo cose incomprensibile, o quasi. Le sue mani tremavano. Ovviamente per l’ira. La piccola Draven non aveva mai saputo trattenere la sua ira, e fu per questo motivo che Justin si stupì non poco di quella improvvisa calma e compassione nei suoi confronti da parte della sorella. Aveva perfino cominciato a medicarlo, con poca grazia, ma lo stava facendo. Aho… “Ben ti sta!” Almeno una cosa era certa: compassione o meno, quella era sempre sua sorella. Abbassò nuovamente il capo, mentre stringeva i denti per il dolore. E pensare che non era stato colpito in pieno. Si era scansato giusto in tempo… Alzò poi il capo, guardando la sorella con una strana luce negli occhi. L’ho rivisto…Di nuovo. disse lentamente. Non sapeva neanche per quale motivo glielo stava dicendo… Ma doveva confidarsi con qualcuno. Sentiva la necessità di farlo, e sua sorella era l’unica che in tutti quegli anni non lo aveva abbandonato.
Certo che la ferita era bella che sporca, ci volle un po’ per ripulirla come si doveva, tutta colpa della ghiaia, almeno il terriccio si toglieva più facilmente al contrario dei minuscoli chicchi di sabbia, che al momento le rendevano il lavoro più complicato perchè si incastravano nella ferita rintanandosi lì, per poi non voler uscire; ma Giselle era preparata, con un colpo di bacchetta pulì definitivamente tutto, e con un ultimo sforzo rimarginò la ferita, e di essa non rimase neppure la cicatrice. Sorrise tra sé soddisfatta, aveva imparato a sue spese purtroppo, che anche un buon Mangiamorte doveva saper padroneggiare qualche incantesimo da Medimaghi nel caso di ferite, e lei dopo un bel po’ di fatica aveva raggiunto il suo scopo. Sabbia… Ecco che quel particolare le risaltò alla mente, facendole riformulare l’ennesima domanda: Dove diamine si era cacciato in tutto quel tempo? L’ho rivisto…Di nuovo. Ma come al solito ci pensava Jus a rifornirle le sue belle risposte da psicopatico ossessionato, facendola uscire fuori di senno. Giselle ormai stanca alzò il capo verso di lui incastrando i suoi occhi severi in quelli simili del fratello. No, a pensarci bene non era poi così simili, non più almeno. Nelle iridi della biondina non risplendeva la stessa luce che luccicava in quelli di Justin, quella era pura e malsana ossessione, quella che ti uccide, quella che ti corrode l’anima e fa in modo da farti perdere il senso della tua vita. Ormai Justin non aveva più una sua vita, o almeno lo scopo della sua esistenza adesso, girava attorno alle figure dei due coniugi MacDuff, e finché non avrebbe agguantato la sua vendetta, torturandoli e uccidendoli non si sarebbe dato pace. O forse, nemmeno alla morte dei due famigerati Auror, Justin avrebbe trovato la sua tranquillità, molto probabilmente sarebbe uscito maggiormente fuori di senno per non avere ancora la possibilità di torturarli in maniera adeguata. E con questo ultimo e poco consolatorio pensiero Giselle prese suo fratello per le spalle,e lo scosse più volte parlandogli ad un palmo dal viso. “Devi smetterla con questa storia. Guarda come ti sei ridotto! E per cosa?” Un'altra potente scossa. “Perché ti sei illuso Justin! Hai creduto che persone del genere potessero affezionarsi a gente come noi. Loro non ti hanno mai compreso, e quando ormai non servivi più ti hanno buttato come spazzatura e abbandonato per viversi la loro bella vita da mentecatti!” Aveva detto tutto senza fermarsi, sperando che Justin capisse. “Capisco la tua rabbia, ma non puoi ridurti in questo stato per due ragazzini infantili, non si meritano tutta questa importanza da te! Quindi smettila di andare da loro. Ti chiedo solo un po’ di pazienza” Si staccò definitivamente, allontanandosi di qualche passo e dirigendosi al bancone di legno. Era così esausta, non aveva fatto che sprecar fiato come ogni volta. Ormai era certa del fatto che Justin non le avrebbe dato ascolto, e perché poi? Tanto per lui non era altro che una stupida viziata.
E se fosse per nostalgia tutta questa malinconia che mi prende tutte le sere.. E se fosse la gelosia che mi fa vedere cose che esistono soltanto nella mia mente.. E se fossero emozioni tutte quelle sensazioni di fastidio e di paura che ho.. Quando vedo i tuoi pensieri e capisco che da ieri Tu te ne eri già andato via.. E se fosse una canzone fatta solo per ricordare quei momenti in cui sei stato mio eh.. E se fosse un´illusione tutta questa Benedetta Passione che per un istante mi ha portato via.. Che mi ha portato via..
Era…felice?! No. Non lo era. Justin non era più felice da un tempo. Non ricordava nemmeno come fosse piacevole essere felice. Non era un sentimento da lui apprezzato. La felicità, la tristezza…erano sentimenti che portavano via troppo tempo. Quello che Justin si era limitato a fare in quegli anni, era vivere, senza lasciarsi coinvolgere troppo da nessuno… Viveva nel seguire i MacDuff. Nel fare congetture. Nell’uccidere. Nel rinnegare tutto ciò che gli faceva sentire di essere un essere umano come tutti gli altri. Non mancava di soddisfare i suoi bisogni, e quando ce n’era bisogno annegava tutto nell’alcool. Questa…Questa era la sua vita. Niente amori, niente cotte, niente amici… Era capitato quasi per gioco in quel giro pericoloso e adesso ci si trovava incastrato, senza alcuna possibilità di venirne fuori. Voleva soltanto vendicarsi di Nick. Fargli capire che nonostante alla fine avesse deciso di seguire la strana che da anni suo padre cercava di fargli intraprendere, la scelta era stata sua. Voleva dimostrargli di essere all’altezza della sua scelta. Voleva dimostrargli di non essere un qualunque burattino. Voleva dimostrargli di essere il Mangiamorte. Uno di cui avere paura e di saper provocare atroci sofferenze… Ma non aveva capito che in questo modo, a soffrire maggiormente era lui. Era Justin che senza neanche rendersene conto aveva perso praticamente tutto, e se avresse continuato per quella strada, avrebbe perso anche l’unica persona che ormai ci teneva a lui, Giselle. L’unica che ancora si preoccupava, e non lo faceva per l’onore, per il nome, o chissà che altro. Giselle si preoccupava per lui. Per Justin Draven. Per lo stato in cui si era ridotto… Uno stato pericoloso che lo avrebbe condotto alla morte…o peggio alla pazzia. Improvvisamente la bionda afferrò il fratello per il collo della maglietta e cominciò a scuoterlo, aumentando la forza ad ogni scossone. Urlava. Visibilmente arrabbiata, senza smettere un solo istante di scuoterlo. Perché ti sei illuso Justin! Hai creduto che persone del genere potessero affezionarsi a gente come noi. Gente come noi. Quel noi lo aveva stupito. Aveva usato il plurale. Aveva usato il noi perché anche lei si sentiva toccata da tutta quella faccenda. In fondo non aveva tutti i torti… Nick che aveva sempre proclamato l’uguaglianza, l’amicizia e cose del genere, allontanava di proposito il suo miglio amico solo perché purosangue e destinato inevitabilmente a seguire una strada presa secoli prima dai suoi antenati. Loro non ti hanno mai compreso, e quando ormai non servivi più ti hanno buttato come spazzatura e abbandonato per viversi la loro bella vita da mentecatti Qualcosa nello sguardo di Justin si illuminò. Aveva ragione. Loro non lo avevano mai compreso. Non si erano mai neanche impegnati a farlo. Lo avevano catalogato fin da subito. Troppo comodo per loro avere qualcuno a cui dare la colpa. Qualcuno da odiare per evitare di odiare se stessi. Quindi smettila di andare da loro. Ti chiedo solo un po’ di pazienza Pazienza… Già. Doveva avere pazienza. Ma era stata appunto la pazienza a ridurlo in quello stato. La ragazza si staccò da lui, sedendosi su uno sgabello lì accanto al bancone. Justin dal canto suo, non aveva smesso di fissarla. Non riusciva a comprendere… O meglio, aveva capito, ma era così difficile da riuscire a credere. Ho avuto fin troppa pazienza… disse con tono basso, prima di sorseggiare dalla bottiglia. Si guardò poi il braccio. La maglia in quel punto era stracciata, ma della ferita ormai non c’era più neanche l’ombra. Passò la bottiglia alla sorella, facendola scivolare sul bancone. Io devo vendicarmi…E’ l’unica cosa che mi fa sentire… Vivo?! Già. Vivere della sofferenza altrui. Era così. Non c’erano parole migliori per dirlo. Ma non riusciva a dirlo, perché era così assurdo. Quasi impensabile. Sai che lo farò comunque. Non c’è modo di fermarmi. esclamò infine, voltandosi lentamente verso di lei.
Ho avuto fin troppa pazienza… Ecco la conferma di tutti i suoi pensieri: per l’ennesima volta non era servito praticamente a niente tutta quella fatica, rincorrerlo, rintracciarlo, farlo ragionare… solo impegno sprecato. Justin ormai non ragionava più, non era più il sadico uomo freddo e calcolatore che attendeva con furbizia il momento giusto per attaccare, torturare e infine uccidere. Era troppo accecato dall’odio e dall’ossessione, somigliava più ad un novello grifondoro che sprizza istinto da tutti i pori, anziché un esperto Mangiamorte della migliore specie. Roba da fare schifo insomma. Io devo vendicarmi…E’ l’unica cosa che mi fa sentire… Stupido e incosciente? Giselle cercò con tutta se stessa di trattenersi e di non sgolarsi ulteriormente, infondo aveva capito che quello non era il metodo giusto, doveva assolutamente trovarne un altro e usarlo per salvare la pelle di quello sconsiderato senza cervello, ma ora come ora nella sua testa c’era il buio totale, se almeno fosse stata in forze e meno esaurita… Sai che lo farò comunque. Non c’è modo di fermarmi. La soluzione a tutti i loro problemi piombò su Giselle grazie all’ultima frase udita. Non c’è modo di fermarmi. Certo che c’era! Ma forse non avrebbe funzionato, no perché il piano non fosse buono, ma adesso si trattava di mettere in discussione il rapporto tra Justin e Giselle, che come sapete non è sempre stato tutto rose e fiore, casomai l’esatto contrario. Ora la piccola mangiamorte, avrebbe osato e per giunta con coraggio, giusto per capire se o meno suo fratello le volesse bene, nel vero senso della parola intendo. Ecco, era per questo che ora sentiva una strana paura scorrerle nelle vene e le mani sudare per il panico che cominciava ad inghiottirla. Ma non poteva più fermarsi ora, era per il bene di Justin, per proteggerlo da se stesso. Non poteva più permettersi passi falsi, altrimenti ad ammazzarlo ci avrebbero pensato i Mangiamorte stesso. Prima di voltarsi completamente verso di lui, afferrò titubante la bottiglia di Winsky e azzardò un sorso. La gola cominciò ad infiammarsi, ma doveva ammettere che tutto sommato non era male. “Forse un modo per tenerti a bada fino al giorno del grande attacco c’è…” Doveva cercare di non sembrare insicura, doveva ostentare sicurezza e lucidità altrimenti non sarebbe apparsa convincente, ed era l’ultima cosa che voleva. Lo guardò negli occhi, con un espressione indecifrabile. Le parole che stavano per fuoriuscire dalla sua bocca le sembravano così ridicole. Si prese un'altra pausa, prese la bottiglia se la portò alle labbra e ne ingurgitò una bella quantità. “Se continuerai ad agire in modo sconsiderato mettendo a repentaglio di continuo la tua vita, lo farò anche io.” Pausa, il silenzio che riempì l’intera stanza sembrò annunciare il passo successivo. “Mi consegnerò agli Auror, e poi sai benissimo dove mi sbatteranno…” Azkaban. La prigione dei maghi più terrificante che possa esistere sulla faccia della terra, non tanto per la sua struttura, ma per le creature mostruose che vi aleggiavano. Dissennatori. Persino il Mago più oscuro aveva timore di entrare in contatto con loro. Al sol pensiero il sangue della biondina si raggelò nelle vene. “Sai che ne sono capace Justin” Giselle si alzò per poi avvicinarsi nuovamente al fratello, per far sì che la guardasse negli occhi, che osservasse per bene la sua espressione. Per fargli capire che almeno lei non lo avrebbe mai lasciato al suo destino senza combattere per salvarlo. “E sai che ti dico? Sono pronta ad andare proprio in questo preciso istante!” E con ciò si allontanò di qualche passò per prepararsi alla Smateralizzazione.
E se fosse per nostalgia tutta questa malinconia che mi prende tutte le sere.. E se fosse la gelosia che mi fa vedere cose che esistono soltanto nella mia mente.. E se fossero emozioni tutte quelle sensazioni di fastidio e di paura che ho.. Quando vedo i tuoi pensieri e capisco che da ieri Tu te ne eri già andato via.. E se fosse una canzone fatta solo per ricordare quei momenti in cui sei stato mio eh.. E se fosse un´illusione tutta questa Benedetta Passione che per un istante mi ha portato via.. Che mi ha portato via..
Una sporca egoista sadica ecco cos’era. Godeva nel vederlo soffrire. Ma Justin non era così stupido. Non si sarebbe mai arreso ad una proposta del genere. Justin voleva quello che da anni desiderava, e non si sarebbe certo tirato indietro ad un passo dal farcelo, tanto più se a chiederlo era sua sorella. Poteva minacciarlo di qualunque cosa, ma lui avrebbe raggiunto il suo scopo, in un modo o nell’altro. Non c’era via di scampo. Ce l’avrebbe fatta… Stavolta finalmente avrebbe concluso qualcosa nella sua vita. Qualcosa che aveva deciso di fare lui. Qualcosa che aveva architettato lui, senza l’aiuto di nessuno, senza influenza alcuna. Quella era tutta opera di Justin Draven. Eppure… Ecco, pensava che i rapporti con Giselle ormai fossero… buoni, per modo di dire. Comunque accettabili. Ed invece no. Ricatto. Lo aveva sempre fatto, anche quando era una mocciosa. Quella sì che era una cosa che Justin non aveva mai saputo accettare. Era così schifosamente simile al loro padre, che pur di far seguire ai loro figli la strada da lui scelta, se ne veniva fuori con i ricatti più assurdi. Ricatti, che non si limitavano ad essere tali. Ecco cosa non aveva ereditato da suo padre. Lui sì che faceva sul serio. Credeva davvero in quello che faceva… Justin forse solo in quegli ultimi anni era diventato così determinato… E non lo aveva certo fatto per sé stesso… Ma per dimostrare qualcosa a qualcuno. “Forse un modo per tenerti a bada fino al giorno del grande attacco c’è…” Tenerlo a bada… Giselle non aveva compreso la situazione. Non aveva capito un bel nulla di tutta quella faccenda. Non c’era modo di tenerlo a bada. Quella volta sarebbe giunto ad una conclusione e non ci avrebbe pensato due volte ad uccidere chiunque si frapponesse tra lui e quello che desiderava. “Se continuerai ad agire in modo sconsiderato mettendo a repentaglio di continuo la tua vita, lo farò anche io.” In modo sconsiderato?! Oh no. Lui non agiva di certo in modo sconsiderato. Il suo piano era ben calcolato anche nei minimi punti. Non aveva lasciato nulla al caso e in quanto tale era assolutamente impossibile, essere sconsiderati. Certo, implicava coraggio, dote che non aveva mai avuto prima di allora, determinazione, anche quella a lui sconosciuta…Ma non era uno sconsiderato. Sapeva perfettamente cosa fare, quando farla… E quel lo farò anche io?! Cosa voleva significare?! Lui non stava mettendo a repentaglio la sua vita… Non ne aveva più una da un bel po’ di tempo, cosa mai altro avrebbe dovuto distruggere o sacrificare?! La sua proposta… Era assurda. Impossibile da credere. Giselle, che proponeva qualcosa di insensato. Non era da lei. Consegnarsi agli auror… Quello sì che implicava coraggio, ed anche quella non era mai stata una sua caratteristica. Qualcosa gli diceva che non lo avrebbe mai fatto. Giselle teneva troppo alla sua vita da bambina viziata, per fare una cosa del genere. E poi per quale motivo avrebbe dovuto farlo?! L’unico motivo, era come al solito, quello rovinargli l’esistenza. Certo. La ragazza ci provava gusto nel farlo. Lo aveva sempre fatto d’altronde, fin da quando era nata, non aveva smesso un solo secondo di ficcarlo nei casini. “E sai che ti dico? Sono pronta ad andare proprio in questo preciso istante!” A quello il biondo non riuscì più a trattenersi. Balzò in piedi, afferrò Giselle per un braccio e la spinse all’indietro con tutta la forza che aveva, facendola sbattere con la schiena al bancone e facendo cadere qualche sedia. Violenza. Rabbia. Non riusciva a trattenersi… Anche se ci provava, non riusciva proprio. Era più forte di lui. Diamine, Giselle! esclamò furioso, sferrando un pugno forte al muro e facendosi anche piuttosto male. Si passò veloce una mano tra i capelli, portandoli all’indietro. Fece un respiro profondo e s’avvicinò alla sorella, aiutandola ad alzarsi. Non voleva farle male, ma non era riuscito a controllarsi. Gli capitava spesso nell’ultimo periodo. Anche col nuovo “capo” dei mangiamorte… Non era riuscito a tenersi tutto dentro e le aveva lanciato contro un incantesimo. Si lasciò andare su una sedia proprio di fronte alla ragazza. Non capisci che devo farlo?! Non c’è altro modo per sentirmi bene. È solo questo che mi è rimasto…E nessuno me lo porterà via… sbottò improvvisamente alzando la voce e portandosi le mani ai capelli. Non stava scherzando e neanche esagerando… Non aveva più una vita. Era una parassita che si sfamava della sofferenza dei MacDuff. Quindi…ti prego, di non ostacolarmi… aggiunse infine.
Giselle strinse gli occhi, chiudendoli definitivamente, poi con un bel respiro si preparò alla Smaterializzazione stampandosi bene in mente il luogo esatto in cui doveva planare, ma il suo intento fu del tutto ostacolato con facilità. Justin la strattonò talmente forte da farla cozzare contro qualcosa di duro, e proprio come prevedeva la biondina, il dolore non tardò a giungere, forte e acuto si impadronì della sua povera schiena, mozzandole il respiro per un po’. Diamine, Giselle! Per tutta risposta Giselle si accasciò pian piano sul pavimento, ancora incapace di muoversi per via del dolore che a mano a mano aumentava maggiormente impedendole di muoversi più del dovuto. Sentì un pesante groppo alla gola e gli occhi appannarsi, era stata appena umiliata e ferita nel suo grande orgoglio. Mai nessuno aveva osato toccarla in quel modo rude e violento, nemmeno i suoi genitori, che forse ne avrebbero avuto più ragione. Ma Justin quella notte aveva esagerato, e ora nemmeno la sua ossessione avrebbe funto da giustificazione a quella sua reazione da pazzoide. Giselle non era in vena di perdonare, non più, ne aveva fin sopra le scatole. Jus era solo un inetto ingrato, egoista e per di più così enormemente tonto da non comprendere che le cose che aveva fatto e che faceva con tanto sforzo erano esclusivamente per lui. Con il respiro rotto e affannato la biondina rimaneva raggelata sul pavimento, senza fare il minimo movimento, ma quando poco dopo udì i passi inconfondibili dell’orami odiato fratello, si rannicchiò maggiormente, dapprima spaventata, poi non appena Justin la prese nel tentativo di aiutarla ad alzarsi e quindi avvertì nuovamente il suo tocco sul corpo, Giselle sentì una rabbia senza precedenti montarle alla testa, e quasi schifata lo allontanò con qualche calcio e pungo, prendendo le distanze anche lei. Non capisci che devo farlo?! Non c’è altro modo per sentirmi bene. È solo questo che mi è rimasto…E nessuno me lo porterà via… Oh, Giselle aveva afferrato alla stragrande invece, era lui che ormai non capiva un emerito piffero. Era pazzo. E i pazzi erano solo degli stupidi egoisti egocentrici, pensavano solo ai loro scopi, senza dare conto agli altri, senza pensare che forse al di fuori di loro, potevano esserci persone che attendevano con speranza la fine di tutte le loro sofferenze. Quindi…ti prego, di non ostacolarmi… Ma forse la colpa non era unicamente di Justin, era normale che non la considerasse una vera sorella, dopotutto quello che aveva passato per colpa sua negli anni addietro, era lecito che la odiasse. Giselle si trascinò fino al bancone e prese posto su uno sgabello, lasciandosi andare poi con il busto in avanti poggiando così il capo sul tavolo, che in un secondo momento nascose tra le braccia incrociate. “Fa quello che vuoi allora, non ti ostacolerò più. Per quello che mi importa puoi farti anche torturare, imprigionare o meglio uccidere.” Aveva detto tutto ciò a voce bassa e leggermente roca, il tipico tono di chi ormai getta tutto al caso. Giselle si arrendeva. Sprofondò maggiormente il capo tra le braccia serrate, quasi per proteggersi ulteriormente da tutto quel dolore. Justin sarebbe morto. Quella verità le cadde addosso come acqua gelata. Il destino di suo fratello era stato segnato da lui stesso, e lei non poteva farci nulla.
E se fosse per nostalgia tutta questa malinconia che mi prende tutte le sere.. E se fosse la gelosia che mi fa vedere cose che esistono soltanto nella mia mente.. E se fossero emozioni tutte quelle sensazioni di fastidio e di paura che ho.. Quando vedo i tuoi pensieri e capisco che da ieri Tu te ne eri già andato via.. E se fosse una canzone fatta solo per ricordare quei momenti in cui sei stato mio eh.. E se fosse un´illusione tutta questa Benedetta Passione che per un istante mi ha portato via.. Che mi ha portato via..
Ora sì che era arrabbiata anche Giselle. Anche lei, fremeva dalla rabbia. Probabilmente per lo stesso motivo. Justin era adirato perché sapeva che qualcosa si stava frapponendo tra lui e i suoi propositi di vendetta…Giselle, era adirata, perché anche lei vedeva lontano il raggiungimento del suo scopo, ovvero quello di far ragionare Justin. Entrambi erano irritati, delusi per non essere riusciti nel loro intenti…Per aver fallito, o quasi. Ma dei due ad esagerare, come sempre ultimamente d’altronde, era stato, ovviamente Justin. Non aveva mai, e poi mai, fatto qualcosa del genere prima… Non si sarebbe mai permesso di arrivare a tanto. Non con lei. Vero, il loro rapporto non era rose e fiori ma era comunque sua sorella… Avevano lo stesso sangue. Lo stesso nome. Inoltre Giselle era piena di attenzioni rivolte dai propri genitori, e toccarla sarebbe stato una sorta di suicidio. E adesso…?! Adesso l’aveva scaraventata al bancone…Fatta cadere sugli sgabelli con un rumore assordante… Le aveva provocato dolore…e non solo fisico. Le aveva fatto capire che lei non c’entrava nulla con lui, non c’entrava nella sua vita e doveva smetterla di fare la sorellina affettuosa e preoccupata. Doveva smetterla perché a Justin dava fastidio… Dava fastidio perché…Perché ormai era abituato a non avere nessuno intorno. Era abituato ad essere solo, e voleva esserlo. Solo così, avrebbe potuto raggiungere nel miglior modo possibile la propria vendetta. Eppure… C’era qualcosa che non andava… Una sorta di vocina che…Ma forse era meglio ignorarla…Ancora per un po’. La ragazza nel frattempo si era rialzata, con l’aiuto del fratello, e aveva riversato la sua rabbia contro di Justin, sferrandogli calci e pugni, alcuni anche piuttosto forti. Poi si era fermato…Lo aveva guardato e si era accasciata su uno dei pochi sgabelli rimasti in piedi. “Fa quello che vuoi allora, non ti ostacolerò più. Per quello che mi importa puoi farti anche torturare, imprigionare o meglio uccidere aveva detto la biondina con un tono basso da far paura, mentre nascondeva la testa tra le braccia… Piangeva…?! Possibile?! No… Giselle non aveva mai pianto…Eppure il suo tono…Era così diverso. Così diverso dal solito. Non era quello del marchio Draven. Non era beffardo…No. Gli ricordava un po’ quello di sua madre, quando da piccolo gli diceva di lasciar perdere, e di obbedire a tutto quello che gli diceva Alexander Draven. Qualcosa crebbe dentro di lui… Qualcosa che saliva dallo stomaco, fino a giungere alla gola…Ma si fermò lì...Era passato tanto tempo, eppure ancora non aveva il coraggio di sputare fuori quello che pensava su suo padre… Ancora vittima delle sue parole. Con un scattò della mano, scostò via con una forza che non credeva neanche di avere, un tavolo di legno. Non poteva pensare di aver fatto soffrire sua sorella, come suo padre in passato faceva soffrire sua madre… No, lui era diverso. Non era come lui, e lo avrebbe dimostrato. Si avvicinò velocemente a Giselle, e si sedette sullo sgabello di fianco al suo. L’afferrò per un braccio e la fece voltare verso di sé, pur senza farle del male. Il respiro era ancora affannato per quello che aveva fatto poco prima, ed anche perché…beh, sì, non riusciva a credere a quello che gli era saltato in mente. Giselle…Io non mi tirerò indietro, e questo lo sai. Mi sono spinto troppo oltre, ed è giunto il momento di porre fine a tutto questo. Sai anche che non permetterò a nessuno di mettermi i bastoni tra le ruote…Ma se davvero vuoi fare qualcosa per me… Se davvero mi vuoi bene, come cerchi di dimostrarmi…Aiutami…Aiutami nel mio scopo. le disse tutto d’un fiato. Gli era costata davvero molta fatica… Lui che dalla sua parte non voleva nessuno… Lui che voleva combattere da solo contro MacDuff, alla fine aveva ceduto… Ma in fondo…Un aiuto non gli avrebbe fatto male… Non poteva nascondere da solo ai mangiamorte tutto quello che aveva intenzione di fare. Ma Giselle…lo avrebbe aiutato nel trasgredire le regole imposte dai mangiamorte stessi?! Se vuoi aiutarmi, questo è l’unico modo di farlo. Già… Perché di tirarsene fuori, non se ne parlava.
Ecco. Proprio così. Giselle desiderava tanto restare in quello stato di oblio per un po’, senza preoccuparsi più di nulla, senza pensare agli avvenimenti che sarebbero di certo accaduti da lì a qualche settimana stravolgendo così la vita di tutti, senza pensare alla nullità che era la sua vita. Già la sua vita. Giselle non aveva una vita, o meglio non aveva uno scopo, un obbiettivo da raggiungere o un ossessione da mettere a tacere come suo fratello… Si era arruolata nei Mangiamorte solo per pura disperazione. Aveva commesso omicidi tremendi, ucciso padri, mamme, bambini, solo per salvare se stessa, sognando ogni notte tutti i loro volti, facendo in modo che la sua mente non li dimenticasse mai, quasi apposta. E pensare che la causa della sua sofferenza sia proprio Lui. L’uomo che aveva stimato e al contempo ammirato in tutti quegli anni, da quando era solo una bimba. Tutta colpa Sua. Dopo tanti anni, aveva finalmente compreso l’uomo folle che era Alexander Draven, Justin aveva avuto sempre ragione sul suo conto, e lei era stata un emerita sciocca a non credergli. Dare in sposa la proprio figlia ad un uomo vecchio e decrepito solo perché purosangue e ricchissimo. Cose da matti! Le urla della biondina, le proteste, i pianti disperati erano serviti pressoché a nulla, era stato grazie all’intervento di Jus e sua madre che in quel momento Giselle aveva la libertà di camminare per quelle strade e starsene lontana da casa sua almeno per un po’, ma comunque il peggio non era finito. Il suo destino era segnato. Si dondolò sullo sgabello impercettibilmente, passandosi velocemente una mano sulla guancia non appena si accorse che questa fosse umida. Justin non capiva. Almeno lui poteva scegliere, ribellarsi a se stesso, dimenticare, partire lontano e finalmente ricominciare, gettando tutto al passato. Addio omicidi e vari rimorsi e sensi di colpa. Sarebbe tutto finito. Ecco perché Giselle non voleva desistere, per fargli cambiare idea, per liberarlo dai suoi fantasmi, per far sì che ottenesse una vita migliore della sua. Ma non c’era stato verso, Justin si ostinava a non comprendere, nonostante dentro di lui sapeva che quella non era la via giusta da intraprendere. Magari sarebbero andati via insieme, aiutandosi a vicenda e forse avrebbero incontrato qualcuno con cui condividere le loro vite. Come si dice? Ah si. Con cui condividere gioie e dolori… Ma che stava dicendo! Cosa stava pensando!! Lei era un’ assassina, una mangiamorte, lei doveva essere cattiva, non una stupida ingenua. Un forte schianto inaspettato la fece oscillare, rompendo definitivamente quella placida calma in cui le piaceva tanto rifugiarsi. Jus per qualche motivo aveva cominciato a dar di matto, facendo volare e di conseguenza schiantare i suoi tavoli chissà dove. Poco importava, quel locale orrendo era il suo, se voleva ristrutturarlo facendolo cadere a pezzi, tanto meglio. “Giselle…” Con un sussulto si ritrovò faccia a faccia con suo fratello che adesso aveva un espressione stranamente determinata. Cos’altro voleva? Per un attimo sperò di non avere tracce di umido sul volto. Non voleva sentirsi umiliata ulteriormente. “Io non mi tirerò indietro, e questo lo sai. Mi sono spinto troppo oltre, ed è giunto il momento di porre fine a tutto questo. Sai anche che non permetterò a nessuno di mettermi i bastoni tra le ruote…” Una pausa. Ma se davvero vuoi fare qualcosa per me… Se davvero mi vuoi bene, come cerchi di dimostrarmi…Aiutami…Aiutami nel mio scopo. Ecco. Era talmente fuori di se, rapito dalla sua ossessione che avrebbe messo in repentaglio più del dovuto la vita di sua sorella. Per quanto riguardava Giselle, bè l’idea di aiutarlo la rincuorava molto, e in un certo senso si sentì felice. Justin aveva fatto affidamento su di lei, e di certo la biondina non si sarebbe tirata indietro. Per lei andava benissimo. “Solo ad una condizione…” Diretta, fredda e fiera. Finalmente la serpe sembrò ritornare in sé. “Non agiremo prima della battaglia. Al contrario faremo un piano alternativo, in cui potrai rifarti sulle tue vittime preferite. Ci stai?” Più che una domanda le ultime parole suonarono come un ordine. Quello era un patto più che ragionevole, e Justin doveva riconoscerlo. Ma se non fosse stato d’accordo nuovamente? Respingendo così ogni suo tentativo? Automaticamente la biondina incrociò le dita quasi disperata, appigliandosi a quello stupido giochetto, che si diceva portasse fortuna.
Scusa la cacchetta di Post e il ritardo U_U Cmq bell' avvy Fratè! *_*
E se fosse per nostalgia tutta questa malinconia che mi prende tutte le sere.. E se fosse la gelosia che mi fa vedere cose che esistono soltanto nella mia mente.. E se fossero emozioni tutte quelle sensazioni di fastidio e di paura che ho.. Quando vedo i tuoi pensieri e capisco che da ieri Tu te ne eri già andato via.. E se fosse una canzone fatta solo per ricordare quei momenti in cui sei stato mio eh.. E se fosse un´illusione tutta questa Benedetta Passione che per un istante mi ha portato via.. Che mi ha portato via..